Lui & Lei
Il Sussurro nel Chiostro
07.05.2025 |
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"Prese i suoi fianchi con entrambe le mani, sollevandola leggermente, e la penetrò con una lentezza misurata, ma con una forza che le tolse il fiato..."
L’afa di luglio non era solo clima, era voluttà. Avvolgeva ogni pietra dell’antico chiostro con un abbraccio denso e quasi peccaminoso, un caldo umido che scioglieva i freni e appesantiva il respiro. Anna, la nuova restauratrice, sentiva la pelle costantemente tesa, un velo di sudore salino che amplificava ogni sensazione.Quel pomeriggio, lavorando su un’impalcatura che lambiva la figura di marmo di un serafino, incrociò per l’ennesima volta gli occhi di Lorenzo. Il custode. Vent’anni più giovane di lei, l’ombra della barba scura e profonda, e occhi così neri che sembravano capaci di inghiottire la luce.
“Serve aiuto con le impalcature?” chiese, e il suo sorriso non odorava di resina e sudore, ma di una fame antica e carnale.
Anna, trentacinque anni di eleganza repressa e fame inespressa, annuì, accettando la sua condanna. Non aveva bisogno di aiuto, ma era venuta lì per questo.
Quando l’ultimo raggio di sole sparì dietro l’austero campanile romanico, il chiostro divenne un regno di ombre lunghe e sussurri silenti. Lorenzo tornò, non solo con una bottiglia di vino bianco gelido, ma con una decisione granitica nello sguardo. Si sedettero sotto un arco cieco, nascosti alla vista, e la tensione tra loro divenne quasi fisica, come l’aria elettrica che precede il temporale.
Fu lei, stavolta, a iniziare il rito. Allungò la coppa, e quando le loro dita si scontrarono, Anna sentì il callo spesso del pollice di lui sulla sua pelle morbida. Era il tocco di un uomo abituato a maneggiare peso, a forzare, a trattenere.
Senza dire una parola, Lorenzo posò i bicchieri. Le dita callose non si limitarono a sfiorare il lino della camicia, ma lo afferrarono con una possessività immediata che fece vibrare Anna fin nelle ossa. Lentamente, con una precisione metodica che era già tortura, slacciò ogni bottone. La stoffa cadde aperta. Il seno piccolo ma sodo era già duro, i capezzoli scuri si puntarono verso l’alto, salutando la frescura serale.
Anna non si oppose. Era stata spogliata da uno sguardo, ora lo era dalle mani di un padrone silente. Si alzò in un movimento fluido e si spostò sul bordo della fontana, la schiena nuda contro il marmo freddo. La gonna di cotone leggero era lunga, ma con un gesto lento e deliberato, Anna allargò le gambe, lasciando che la stoffa si raccogliesse a metà coscia.
Lo fissò, invitandolo.
Lorenzo capì. Si inginocchiò come davanti a un altare profano. Sollevò il lembo di cotone e la scoperta le strappò un ansimo roco. Niente slip. Anna era venuta nuda sotto la gonna, pronta per il sacrilegio. Il contrasto tra l’eleganza del cotone e l’intimità esposta era devastante.
Le sue mani le afferrarono l’esterno delle cosce, divaricandole ulteriormente, esponendola senza pietà. Anna si inarcò, sentendo il freddo del marmo contro il bacino e l’aria sulla pelle umida. Poi arrivò la lingua di Lorenzo. Calda, insistente, brutale nella sua esattezza.
La prese con una foga inaspettata. La sua bocca divorava la sua intimità con un ritmo implacabile che la spingeva al limite. I gemiti di Anna non erano più educati; erano rotti, animali, amplificati e distorti dal riverbero della volta in pietra sopra di loro, un coro di piacere nel luogo sacro.
Quando fu sul punto di esplodere, Lorenzo si ritrasse di colpo, il labbro umido e gli occhi più scuri che mai. La sollevò di peso e la portò al tavolo di restauro – un piano di legno grezzo che serviva da cavalletto.
"Appoggiati," ordinò, la voce roca e bassa.
Anna obbedì, la schiena che si premeva contro il legno ruvido. Dalla vita in giù, era pura offerta.
Lorenzo si abbassò i pantaloni in un movimento secco, rivelando l’imponenza del suo membro, duro come il legno antico. Non usò preliminari. Prese i suoi fianchi con entrambe le mani, sollevandola leggermente, e la penetrò con una lentezza misurata, ma con una forza che le tolse il fiato.
Il contrasto era sublime: l’aria antica, il legno profano e la carne viva che si scontrava.
Anna si strinse, il corpo che si abituava al volume di lui. Le sue gambe si avvolsero attorno alla vita, stringendolo con la disperazione di chi cerca l’ancora. Lorenzo iniziò a spingere con colpi profondi, il suono della carne che si schiantava contro la sua pelle umida risuonava nel silenzio del chiostro.
"Sei troppo stretta, Anna," ansimò lui, ma il suo tono era quello di un trionfo.
"Non fermarti," implorò lei, le unghie che si conficcavano nei muscoli delle sue spalle.
La furia aumentò. Lorenzo le afferrò la testa, tirandole indietro i capelli, costringendola a guardare in alto mentre i suoi colpi la spingevano contro il tavolo di legno.
Poi, con uno scatto di possessività, la fece girare. La piegò sul tavolo di restauro, la fronte contro il legno ruvido. La prese da dietro, l’angolo la fece ansimare in un atto più selvaggio. Mentre la possedeva con un ritmo implacabile, la mano di lui le scivolò tra le cosce, trovando il suo clitoride ancora palpitante.
La doppia stimolazione la mandò in frantumi. Anna non poté trattenere il grido, un suono acuto e gutturale che si disperse tra le volte secolari.
Il suo orgasmo la lasciò tremante, la schiena inarcata, le dita che graffiavano il legno. Lorenzo la tenne ferma per i fianchi, spingendo fino all’ultimo, riversando il suo seme in un getto di pura energia che le fece sussultare l’utero.
Rimasero per un lungo istante, le pelli incollate dal sudore e i muscoli che cedevano. Lorenzo si ritrasse lentamente, la guardò, e senza chiederlo, si inginocchiò per raccogliere i suoi pantaloni.
Anna si ricompose. Il cotone della gonna tornò a coprirle l’intimità arrossata. Si scambiarono un sorriso stanco e soddisfatto mentre il buio si faceva definitivo.
"Domani inizierò il restauro della cappella," disse Anna, la voce ancora roca. "C’è una cripta sotto, sai? È chiusa da secoli. Forse troveremo qualcosa di interessante da dissotterrare."
Lorenzo non si vestì completamente. La camicia era ancora sbottonata, i pantaloni appoggiati sui fianchi. La sua risposta fu un silenzio carico di intesa, uno sguardo che prometteva non il restauro di opere d’arte, ma la profanazione di luoghi oscuri e dimenticati. Non doveva chiederglielo. Sapeva che l’avrebbe seguita, e che quella cripta sarebbe stata la scena del loro prossimo, e inevitabile, peccato.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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